Gli angeli esistono, ma io davvero non mi reputo tale... Ma è vero, ognuno di noi ha il suo angelo... e quanto deve essere triste per loro assistere impotenti ai nostri errori... già, perché i nostri angeli purtroppo non possono interferire con la nostra esistenza terrestre, tranne in quei pochi casi in cui è concesso loro... come quando si mettono tra noi e la morte e ci fanno uscire vivi da un ammasso di lamiera che un attimo prima era un'automobile, ma se potessero comunicare con noi, se potessero farci arrivare le loro parole... ci direbbero, anzi urlerebbero, di non sprecare un solo granello di sabbia della famosa clessidra che ciascuno di noi ha... che la sabbia scorre inesorabile, e sono davvero pochi, coloro che riescono a dare davvero un senso alla propria vita e sono davvero troppi che invece la sprecano riempiendo le loro giornate di polvere bianca e nullismo cosmico. Lupo De Lupis
Certo l'amore potrebbe dare un senso a tutto... so di scrivere cose ovvie, quasi banali, ma... noi diamo per scontato e banale tutto, come l'aria che respiriamo, dimenticando che tra i miliardi di pianeti come il nostro, solo noi abbiamo la fortuna di poterlo fare... e quindi dirò ......che far coincidere la propria vita con quella di un'altra persona, vivendo all'unisono le stesse emozioni, le stesse esperienze... godendo con l'altro, piangendo con l'altro, contando su qualcuno che riesce davvero a leggere il tuo animo... che ti capisce... che ti sa essere accanto... che ti vuole essere accanto.
Ecco, allora forse grazie all'amore avremo trovato qualcuno che assomiglia molto ad un angelo... ovviamente pochi credono nel vero amore, così come brevemente l'ho descritto, ma ecco di nuovo che se il nostro angelo potesse parlarci ci direbbe: "Quando imparerete a non ragionare con i vostri organi genitali? Quando imparerete ad ascoltare il vostro cuore? Quando smetterete di inseguire fatui piaceri in nome di pochi istanti di "sollazzamento"? Quando vi accorgerete invece che la vostra vita è nel vostro cuore? Lui è da sempre con voi, conosce tutti i vostri sogni... sin quelli fatti da bimbi, lui sa davvero di cosa e di chi avete bisogno, lui sa riconoscere chi vi vuole davvero bene, lui sa riconoscere chi sarebbe disposto a vivere per voi e con voi, lui sa cosa vi farebbe davvero felici... ma non lo ascoltate mai, proprio non ne siate capaci, se non quando è troppo tardi, se non quando avete già permesso a qualcuno di farvi male, di giocare con i vostri sentimenti. Solo allora vi rendete conto di quanta sabbia avete sprecato".

“Ma che fai esci a quest’ora?”
“Scappo mamma. Devo risolvere una cosa importante.. devo risolvere una cosa importante… importante…” prendo la macchina… indosso dei jeans strappati una maglietta qualunque e fa freddo.. ma non importa.. esco sola, di notte con la macchina, solo per venire da te.. per risolvere una cosa importante.. risolvere.. risolvere.. risolvere.. e fuori piove.
Odio sentirmi sola.. odio il fatto che tu mi stia rendendo sola… basta mi hai detto.. c’è un’altra… ma io come faccio adesso? Basta cosa? Non puoi distruggere così una storia di due anni, io c’ho messo l’anima in questa storia e non riesco ad immaginarmi senza di te.. cosa me ne faccio di tutti i ricordi che m’hai lasciato.. dei viaggi insieme.. delle foto… Non riesco.. hai troncato in modo troppo brusco, senza troppe parole.. dici che ci siamo già detti tutto. Ma che ci è successo?
Guido l’asfalto nero e bagnato, e corro. Devo vederti, guardarti in faccia. Ho bisogno di incontrarti. Guarda come mi hai ridotta. Tu che dicevi che per te ero l’aria e che non resistevi un’ ora senza chiamarmi. Che quando ero triste sapevi come farmi sorridere e come proteggermi. Dove lo trovo un altro abbraccio come il tuo… dove le trovo altre mani come le tue?
Non mi frega nulla della dignità e dell’orgoglio amore, sto sotto casa tua di notte e piove a dirotto… piove e questa pioggia non ti porterà via da me.
Sono qui, scendi ti prego… devo parlarti un attimo, ti prego.
Ho i brividi e non so quello che sto per dirti. Quello che è giusto o sbagliato dire… Tu esci e ti infili in macchina. Neanche mi guardi e stai in silenzio e io non riesco a parlarti. Ho un blocco allo stomaco, sto male.. è una settimana che non mi parli, che non mi cerchi, che non vuoi sapere più niente di me… respiro, devo calmarmi…
Guardami, guardami soltanto.. non dico altro. Io ci sono. E tu?
Alzi lo sguardo, i tuoi occhi incrociano i miei.. mi manca il respiro.. come quando ti baciai per la prima volta, tu sorridi.. un sorriso malinconico contro la mia faccia maledettamente contratta ed interrogativa, contro i miei occhi lucidi che stanno per sgorgare in un pianto che ho trattenuto troppo a lungo.
Mi stai guardando fisso… leggo nei tuoi occhi tanta, troppa tristezza amore mio. Sto zitta, t’ascolto stavolta…anzi no… divento aggressiva… per una stronza devo rinunciare a te..? non se ne parla, io mi ti riprendo, sono arrivata fin qua solo per riportarti indietro nel tempo.. per riportarti da me..
Mi dici: “Scusami..” e poi una carezza… “ho sbagliato è vero… perdonami amore mio. Perdonami.”
Non sono mai uscita da casa. Non quella sera buia e piovosa. Non ho mai guidato di notte l’asfalto bagnato. Non quella sera. Non mi sono mai fermata sotto casa tua disperata. Non t’ho mai guardato con le lacrime sotto gli occhi. Non t’ho mai urlato contro dentro una macchina. Non ho mai implorato il tuo amore. Non ho mai gettato via il mio orgoglio per recuperare la nostra storia finita. Non ho mai cercato di riportarti da me. Non ci sono mai riuscita.
Ma non sai quanto l’avrei voluto.
Sara
“E’ qualcosa di mezzo fra la rabbia e il pianto” aveva risposto quel giorno ferma sulla porta bianca dello studio dopo l’ennesima seduta.
Le parole non bastano mai per definire gli stati d’animo, eppure quel giorno quella definizione aveva stupito la terapeuta che aveva aperto di più i suoi grandi occhi dicendo che era perfetta.
In ogni caso lei si era detta che qualsiasi definizione si fosse data non le avrebbe consentito la pace. Ormai troppe volte aveva pianto e troppe aveva solo immaginato di distruggere una intera stanza a calci. Non serviva a sentirsi meglio.
Si sentiva soltanto più sola.
Ora più che in qualsiasi altro momento della sua vita – e ce ne erano stati molti – le parole le apparivano inutili, insulse, stupide vuote: non le dicevano più nulla…, non la salvavano più da nulla.
Aveva di fronte solo la realtà e non le piaceva.
Aveva avuto fiducia come un bambino di una persona che amava tuttora: ma ora aveva dubbi anche sulla validità ed il significato di questa enorme parola…, non era sicura che volesse dire qualcosa di definito o di conoscerne il significato o , soltanto, che quella parola avesse una qualche esistenza reale e si potesse usare riferita a qualcosa.
Per riordinare le cose, per fermare l’angoscia, cercava risposte.
Sapeva di avere lottato: di avere lottato tanto.
Contro se stessa prima di tutto: perché non voleva essere ciò che era (o ciò che riteneva di essere…). La lotta contro se stessi è una lotta persa: è la più dolorosa e devastante che esista, ha infiniti modi e strade, subdoli percorsi. E’ un tentativo costante e logorante di uccidersi.
Sapeva di aver lottato per cambiare, per essere migliore e, soprattutto, disperatamente, per avere amore. Per quell’attimo che ricordava con dolore, in cui aveva sentito il braccio di quell’uomo che ancora amava, stringerle la vita con calore, con desiderio, quasi con disperazione. Aveva sentito ed ancora sentiva il calore di quel braccio.
Aveva lottato per non pensare che sarebbe finito tutto e che avrebbe dovuto pagare crudelmente le sue illusioni.
Aveva pagato: aveva pagato sempre, all’infinito.
Aveva gioito poco.
Sentiva solo bisogno di amore. Ora non si accorgeva di non sapere assolutamente che cos’era quel qualcosa di indistinto di cui aveva bisogno. Sapeva solo che quando questo bisogno non ha risposta o non si riesce assolutamente a scorgere l’amore che il mondo ci dà…allora si è in una zona di confine fra la rabbia ed il pianto…, quella zona dove niente ha espressione, niente ha voce e pensiero, niente ha luce: è tutto lotta fra la rabbia ed il pianto. Il desiderio di amore, l’incapacità di darne, il bisogno, l’umiliazione, la paura, la fragilità sono le sensazioni più forti che si hanno dentro.
A ciò si aggiunge la consapevolezza: una consapevolezza adulta che ci fa pensare che potremmo trovare risposte diverse, che “dobbiamo avere forza”, dobbiamo “essere lucidi”, dobbiamo “crescere”: vivere o morire è nostra responsabilità. Così un nuovo carico insostenibile di colpa si aggiunge agli altri: colpa e inadeguatezza.
Che fare?
Quel giorno aveva sceso le scale di linoleum nero per l’ennesima sera, nel buio aveva camminato…, fuori, ascoltando i suoi passi e pensando che amava la vita.
Lì: nella zona fra la rabbia ed il pianto che non hanno voce, in quella disperata richiesta che – sapeva – nessuno avrebbe potuto cogliere e raccogliere con amore…, lì, in quella disperazione, nel desiderio di distruggersi, pensava che amava la vita. L’aveva sempre amata: quei brevissimi momenti: l’albero, la luna, la luce, quegli occhi che la guardavano, quell’abbraccio, quella parola…, aveva amato.
Camminava piano verso casa: faceva freddo e non sentiva la speranza. Si sentiva morta, ma… da dove ci viene questo amore per la vita?
Grande è l’angoscia quando lo senti venire meno.
Ti trascini di giorno in giorno: nulla ha senso, non c’è colore…, vivi il dramma, vivi la morte.
Amava davvero quell’abbraccio? Avrebbe saputo davvero farsi abbracciare?
Non aveva immaginato così la sua vita. Non aveva nemmeno, da bambina, un vero immaginario sulla sua vita, sul suo futuro; era tutto spento, chiuso, limitato: non aveva spazio per immaginare e si rendeva conto che ancora adesso rispettava quel modo di pensare…, non riusciva a sperare, …, a respirare nel futuro lo spazio della sua esistenza con amore.
Anche questa volta doveva pagare le sue illusioni, doveva pagare la vita.
Camminava con il peso del suo corpo verso la sua casa vuota di presenze umane: nessuno la stava aspettando.
Spesso arrivava alla porta di casa ed immaginava di suonare il campanello e di dire il suo nome …, come in una famiglia. Poi cercava le chiavi nella borsa sempre piena di carte stampate, volantini, fogli di speranze che raccoglieva qua e là per darsi spazio. Cercava il portachiavi morbido a forma di cagnolino, la chiave: prima quella del portoncino e poi quella della porta di casa.
Facendo questo apprezzava il fatto di entrare, per la prima volta, in un ambiente al quale aveva cercato di dare una forma, di riempirlo di quell’affetto che sperava le sarebbe tornato indietro dagli oggetti. Un po’ accadeva. Poi si immaginava nel tempo a rifare quelle scale e desiderava di essere in grado di avere qualcuno accanto che le volesse bene ed a cui voler bene. Non importava che fosse presente: l’importante era sapere che c’era. Ma non c’era.
L’aveva immaginato per alcuni anni e questo le aveva permesso di vivere, di sentire, in alcuni veloci momenti, la vita dentro, il cuore battere, una istantanea sensazione di pienezza…, ma totale.
Ora sapeva che era arrivata al punto che già conosceva molto tempo fa: doveva ricostruire da zero, fare senza…, riuscire a sopravvivere all’abbandono…di sé stessa. Una “sé stessa” e odiava ancora di più perché si confermava non degna di amore e, sorprendentemente, incapace di amare.
Sua madre aveva voluto insegnarle questo dal primo momento in cui aveva respirato, così da farla sentire fragile, nel bisogno, abbandonata, senza le forze per vivere. Adesso lei, il prodotto di questo progetto di distruzione, si trovava a dirsi che c’era riuscita…, ma poi sapeva che doveva trovare la forza.
Spesso si chiedeva perché avrebbe dovuto: per chi?, per che cosa? Poi, il fatto stesso che non riuscisse a suicidarsi le faceva pensare che aveva paura di morire e che ancora…, non si sa come, anche se non lo sentiva, da qualche parte voleva vivere.
L’abbandono: l’abbandono era la sensazione più brutta che provava. La più disperata. L’abbandono e la mancanza del contatto del suo corpo con altri esseri umani: un contatto di affetto, di amore. Si rendeva conto di non avere nemmeno gli strumenti per…, entrare in contatto con affetto con qualcuno…, o forse sì: li aveva e forti, ma aveva paura di essere respinta.
Allora, chissà perché, cercava ancora la forza, cercava disperatamente di inventare cose nuove da fare che le dessero un po’ di speranza…, ma si sentiva vuota, abbandonata.
Ogni gesto diventa vuoto se non senti amore, dolcezza.
Togliere le scarpe, guardare il proprio corpo, mangiare…
Non riusciva a mangiare, la maggior parte delle volte la nausea della rabbia e dell’abbandono era troppo forte: lo stomaco era chiuso.
Avrebbe voluto un abbraccio, nel buio di una stanza: un abbraccio dolce, lungo, forte…ed un tenero bacio.
Non c’era niente di tutto questo: doveva pagare, e pagare ancora.
Allora forse un libro, una lettura, l’incenso che bruciava, una musica…, tutte cose che aveva sempre rifiutato, per la rabbia di sapere che non erano persone che la amavano e la volevano vicina.
A volte, soprattutto la sera, nel momento di andare a letto, si guardava intorno: ora la sua stanza era meno vuota e squallida di quelle nelle quali aveva vissuto in precedenza. Si era forzata: il colore del muro, aveva appeso quadri che le facessero sentire qualcosa…, immagini forti di sguardi e di pensieri, ma anche di dolcezza, vicinanza, calore. Non erano, però, corpi veri, calore vero…, non erano abbraccio.
Si guardava intorno ed immaginava il viso dell’uomo che aveva creduto di amare accanto al suo e di abbracciarlo forte: non c’era. C’era il cuscino che lei accarezzava e poi, come una bambina, piccola, indifesa, senza la mamma, piangeva e cercava – con vergogna – il suo piccolo orsetto…, quello che stringeva nel suo letto quando era piccola ed aveva paura. Lo rassicurava nel buio e gli diceva di non avere paura che lei non sarebbe andata via mai e l’avrebbe tenuto stretto finchè non si fosse addormentato, ed anche dopo, perché non voleva che pensasse che lo faceva per un motivo diverso dal desiderio di farlo, dall’affetto, dall’amore.
L’orsetto sapeva tutto di lei: glielo si leggeva negli occhietti buoni ed interrogativi e nelle braccine spalancate.
Poi piangeva a lungo disperatamente e cercava di abbracciarsi, di cullarsi, di accarezzarsi le povere gambe…
Sapeva di avere trent’anni: sì, lo sapeva…, e questo, ancora di più, la faceva sentire a disagio, ma era l’unico modo che aveva per sentirsi meno abbandonata, era stata una conquista riuscire a cullarsi.
Piangeva finché non riusciva a sentirsi sfinita e ad addormentarsi.
Si colpevolizzava per questo, a volte, perché pensava fosse un crogiolarsi, una mancanza di volontà.
Prima la rabbia, poi il pianto: ma non riusciva ad andare oltre, ad inventarsi un altro modo. Ogni altro modo, forse, le faceva più paura dell’impotenza: della rabbia immaginata e di quel tenerissimo pianto di bambina che forse mai nessuno avrebbe potuto consolare.
Era più difficile pensare, costruire, cambiare: così difficile che non le sembrava di averne la forza.
Il pensiero, nei momenti più scuri, non basta ad uscire da queste trappole: ci si muore dentro, nell’impotenza.
Ci vuole amore ricevuto e dato, ci vuole speranza e persone intorno, ci vuole la capacità di andare oltre le ferite, accettando di fermarsi e rannicchiarsi ogni tanto. Ci vuole quell’amore per se stessi che nessuno ti può insegnare: puoi morire lentamente.
Il problema è questa ricerca continua delle risposte: questi bisogni così profondi e totalizzanti da annullare qualsiasi altra strada e possibilità.
Non ci sono risposte. Lei, come altri, anche se non riusciva a dirselo, avrebbe dovuto alzarsi il giorno dopo e continuare a vivere…
E’ tremendo vivere totalmente senza amore: senza amore lei dovrà aprire gli occhi, alzarsi, andare in bagno, scegliere un vestito da indossare, affrontare le persone ed il mondo…, senza amore: solo guardandosi intorno e vivendo.
Cercando, con tutte le sue forze di non morire e di essere felice.
Cercando con tutte le sue forze di avere coraggio. Tanto coraggio: quello che le sembrerà finito, consumato dalle giornate vissute fino ad oggi.
Cercare con tutte le sue forze di usare questo coraggio, di diventare qualcosa di buono per se stessa, di amare la vita e le persone… di vivere.
Non sarà madre: non sa che cos’è una madre. Sa che un bambino viene concepito e poi esce da un cunicolo viola e sangue nel mondo: poi viene utilizzato, deve fare delle cose…, non viene toccato perché toccare è sporco, è peccato.
Quel bambino deve essere e fare…, e non deve sperare. Deve crescere nella consapevolezza omicida che nessuno lo amerà perché non ne sarà mai degno. Deve pagare il suo posto. Deve scontare la sua esistenza, qualunque essa sia.
Deve imparare che la vita è dolore e non lasciare che il suo cuore si apra con fiducia al mondo.
Deve soffrire.
Non sarà madre perché non crede ancora di esserne degna: c’è un posto dentro di lei che è candido, è pulito. E il suo utero caldo ed accogliente, intoccato: in questo lei è una mamma…, ed è una mamma, a volte, nel cuore. E’ una mamma che vuol dare amore perché sa della bambina sola che piange e vuole dirle che è buona, che la sua vita sarà bella, che il suo corpo sarà accarezzato e voluto un giorno da qualcuno che la amerà e la abbraccerà quando si sentirà sola. Vuole dirle di farsi crescere i capelli, perché sono belli e di guardare con tenerezza i suoi fianchi, i suoi seni tondi e candidi, i suoi piedi.
Vuole che impari a guardarsi e ad amarsi, a non odiarsi mai. A non avere paura la notte ed a sapere che l’affetto esiste e può durare per sempre.
Vuole che impari ad avere coraggio ed a non smettere mai di sperare in qualcosa di bello.
Vuole anche dirle che il mondo è dramma, ma è anche straordinariamente bello: che un abbraccio fra due amanti è bello, che un bacio è bello, che un libro è bello…, che sono belli i racconti del passato ed i colori, le arance d’inverno ed i caminetti accesi, le litigate e le paci fra amici, gli alberi di Natale, le spiagge ed i costumi da bagno. Sono belli gli imbarazzi e le timidezze, e sono belle le diversità del mondo.
Vuole dire alla sua bambina che le vorrà bene sempre e che ha voluto metterla al mondo per amore e per darle la possibilità di vedere quante cose ci sono qui.
E’ una mamma nel cuore: un cuore triste di chi ha sofferto, ha paura, ama.
da web: firmato r.l.

Bloccato, fermo, immobile dentro mentre fuori il ghiaccio tentava di farmi cadere. E’ stato bello rivederti, si. A fra altri sedici anni. dal web

Lei non vedeva l’ora di volare sul ghiaccio, “avvero un mio sogno”, mi ha detto, mentre allacciava i pattini con un sorriso che un papà adora. “Vieni con me?”, aggiunge, mentre le mie caviglie già imploravano clemenza.
Venti anni giusti che non tracciavo solchi sul ghiaccio, sedici che non ti vedevo: fossimo stati negli Stati Uniti la nostra lontananza avrebbe la patente, ora.
Mi guardo attorno, la maggior parte delle persone barcolla più che scorrere, me compreso. Poi indico a mia figlia, già lontana dalla balaustra, una bambina in tuta arancione “Hai visto come va quella piccolina lì?”
Poi alzo gli occhi sulla mamma o, almeno, quella che credo che sia. La sensazione è di dejà vu, quei lineamenti li conosco, ma non mi cruccio più di tanto, sono cresciuto in quella zona, le persone, in un modo o nell’altro, le conosco tutte.
Faccio fatica a portar via la piccola, ormai va come una scheggia e di venir via proprio non ne ha voglia. La lascio fare. Ogni tanto butto l’occhio sulla bambina in tuta arancione e appoggio distrattamente gli occhi sulla mamma col pensiero fisso di “dove l’ho già vista?”
Poi, come candelotto di dinamite dentro il buio di una miniera, mi ritorni in mente. La prima storia. La prima seria, di quelle che durano, di quelle che i genitori ti conoscono, di quelle che vibrano, almeno per un po’.
Non sono riuscito ad avvicinarmi, a salutarti, a parlare. Non so perché, ma ero in quel limbo emozionale nel quale sai che ogni cosa che farai sarà quella sbagliata ed eviti l’imbarazzo.
Sapere che esisti ancora, che stai bene, che, forse, la vita è andata come la desideravi, come è successo a me.
Sensazione strana quella di avere i nostri figli a mezzo metro di distanza, noi che ci eravamo fatti promesse d’adolescenti che non si avverano ma danno serietà a rapporti senza raziocinio, noi che, forse, un po’ ci siamo rimasti dentro.
Anche solo nei ricordi, belli o brutti che siano, ma pur sempre parti di vissuto.
Era quasi arrivata la primavera, sulle piante di quel paesino situato sulle prime pendici delle Alpi facevano capolino i primi fiori quando Paola si accingeva a preparasi a quello che sarebbe stato il giorno più bello della sua vita. Era una ragazza dolce e molto sensibile e amava a tal punto il suo Alessandro che si diceva pronta a commettere per lui qualsiasi tipo di follia e, da ormai molto tempo, progettava un matrimonio fuori dai canoni abituali. La sensibilità di Paola si notava soprattutto dai piccoli ma significativi gesti che quotidianamente amava compiere. La ragazza infatti era spesso occupata in attività di volontariato perché aveva sempre avuto un occhio di riguardo verso chi, diversamente da lei, soffriva e aveva bisogno d’aiuto. Aveva molti sogni da realizzare questa giovane donna; infatti, dopo essersi brillantemente laureata in giurisprudenza, sognava di diventare un affermato avvocato ed essere continuamente dalla parte di coloro che sono nel giusto. Massimiliano Sannino
In casa della dolce Paola, durante il periodo che precedeva le nozze, erano tutti in costante fibrillazione a causa dei preparativi; la giovane era solita farsi aiutare dai suoi genitori i quali le erano sempre vicini quando si trattava di prendere una decisione importante ma soprattutto in quei piccoli momenti di difficoltà che tutte le ragazze della sua età normalmente si trovano qualche volta ad affrontare. In quella casa, dove tutto aveva un dolce profumo di fiori d’arancio, regnavano sentimenti fortemente in contrasto tra loro. Se da un lato c’era la felicità per quel giorno da sempre atteso da Paola, dall’altro la ragazza si interrogava continuamente circa le sue capacità di essere una buona moglie per il suo Alessandro ma soprattutto una buona madre per i suoi futuri bambini. Paola aveva soltanto ventisei anni e l’idea di essere moglie e madre la entusiasmava ma, allo stesso tempo la spaventava anche un po’.
Altrettanto contrastanti erano i sentimenti che si leggevano negli occhi dei suoi genitori soprattutto in quelli di suo padre; da un lato la felicità per il matrimonio della sua primogenita dall’altro la consapevolezza che di lì a poco avrebbe dovuto distaccarsi da quella figlia per la quale nutriva un’adorazione senza limiti.
Nella famiglia di Paola, da sempre molto unita, Alessandro era stato accolto in maniera a dir poco splendida; i genitori della ragazza avevano immediatamente compreso quanto il giovane fosse importante per la loro figlia e, praticamente da subito, avevano cominciato a trattarlo come se fosse anch’egli loro figlio.
Alessandro, terminata la specializzazione in odontoiatria, era avviato verso una più che promettente carriera di dentista e sperava di affermarsi almeno quanto suo padre che già da molti anni svolgeva con successo questa professione. I sentimenti di Alessandro nei confronti di Paola erano altrettanto intensi ed anche il giovane, come la sua ragazza, si diceva pronto ad affrontare qualsiasi situazione anche la più complicata pur di rendere felice l’amata Paola.
Nonostante fosse più grande di Paola di qualche anno, anche Alessandro trascorreva gran parte del suo tempo ad interrogarsi circa la buon riuscita del matrimonio e sulle sue capacità di essere un buon marito e un buon padre anche se spesso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia prevaleva sui dubbi del giovane.
Intanto i mesi trascorrevano inesorabili e la data delle nozze si faceva sempre più vicina e Paola e sua madre erano sempre più indaffarate nei preparativi; c’erano ancora tantissime cose da decidere: le bomboniere da dare a parenti e amici, l’organizzazione del ricevimento nuziale e la chiesa. Paola desiderava una cerimonia religiosa da sogno come, altrettanto da sogno, doveva essere tutta quella giornata che doveva rappresentare una svolta decisiva per la vita di questa giovane donna. Paola diceva sempre che ci si sposa una sola volta nella vita e voleva quindi che tutto andasse liscio secondo i suoi piani. Anche in casa di Alessandro ci si preparava con grande fervore a questo evento; il giovane era impegnato a scegliere il vestito da indossare il giorno delle nozze ma la scelta si presentava molto difficile poiché il ragazzo aveva gusti molto sofisticati per quanto riguarda l’abbigliamento.
Purtroppo, un brutto giorno, una cattiva notizia finì per offuscare la felicità di questa giovane ed innamoratissima coppia. Già da un po’ di tempo Paola soffriva di forti dolori allo stomaco e dopo aver sottovalutato a lungo il problema, la giovane decise di recarsi da uno specialista che dopo averla sottoposta ad esami più approfonditi le diagnosticò un cancro. Questa triste rivelazione gettò nello sconforto più profondo Paola e la sua famiglia poiché non avevano la più pallida idea di come si potesse sconfiggere quel bruttissimo male. In un primo momento la ragazza decise di non dire nulla al suo promesso sposo per evitargli stress e preoccupazioni; la coppia s’incontrava tutti i giorni e Paola non faceva trapelare nulla della sua malattia mostrandosi continuamente con il sorriso sulle labbra.
Intanto i genitori della giovane erano sempre più disperati per le sorti della loro figliola anche perché non si riusciva a trovare una cura adeguata a sconfiggere in maniera definitiva la malattia dato che i metodi tradizionali non erano riusciti nell’intento.
Una sera, mentre le due famiglie al completo si trovavano a casa dello sposo per definire alcuni dettagli del matrimonio, Paola svenne improvvisamente; poco dopo il ricovero nel vicino ospedale ricevette la visita del suo promesso sposo e decise quindi di rivelargli tutto.
- “Amore mio” sussurrò Paola con voce rotta dal pianto, “mi è stato diagnosticato un bruttissimo male e credo che non potremo mai più coronare il nostro sogno”. Alessandro, con voce altrettanto singhiozzante le rispose:
- “Ma che dici mio dolce tesoro, presto guarirai, ci sposeremo e andrà tutto come avevamo progettato. La nostra vita insieme ci aspetta e non possiamo assolutamente mancare”. A queste parole di Alessandro, Paola scoppiò in lacrime perché il desiderio del suo sposo era anche il suo desiderio e voleva realizzarlo a tutti i costi.
Con il trascorrere del tempo il viso di Paola diventava ogni giorno più pallido e più spento affievolendo sempre di più le residue speranze di una guarigione completa della ragazza.
Dopo molti tentativi falliti, fortunatamente per Paola si aprì un piccolo spiraglio; il padre di Alessandro, affermato dentista, la indirizzò presso un famosissimo oncologo italiano che operava in un importante ospedale di Parigi. Lì Paola sarebbe stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico che avrebbe dovuto restituirle la vita. Fu così che la ragazza decise di partire ed affrontare quella difficile operazione; insieme a lei c’era anche l’amato Alessandro che in questi momenti così critici non l’aveva mai abbandonata. Il giorno dell’operazione era arrivato e mentre Paola si trovava in sala operatoria, i membri della sua famiglia e quelli della famiglia di Alessandro attendevano con trepidazione l’esito dell’intervento. Fu una totale esplosione di gioia, quando uno dei medici dell’équipe uscì dalla sala operatoria e comunicò alle due famiglie che l’intervento era perfettamente riuscito e che la ragazza era fuori pericolo.
Dopo un lungo periodo di convalescenza la ragazza tornò a casa con il cuore colmo di gioia; ormai aveva sconfitto il suo male e poteva così coronare il suo sogno d’amore con il fidanzato Alessandro. Questa brutta esperienza aveva di certo aiutato Paola a crescere e a capire ancora di più quanto fosse importante avere accanto una persona come Alessandro ma soprattutto una vera famiglia.
Arrivò il tanto atteso giorno delle nozze; i due ragazzi decisero che la cornice del loro matrimonio doveva essere Parigi: la città che aveva fatto rinascere Paola. Fu così che la tragica esperienza di Paola ebbe il suo epilogo con un giorno davvero meraviglioso, un giorno che avviava Paola ed Alessandro verso una nuova vita da sposi e futuri genitori felici.
Nell’aria fresca della sera, le nuvole si rincorrevano nel cielo quasi buio. Tirava vento, ma Leo uscendo da lavorare, si sentì bene come non mai. Si diresse subito verso la fermata dell’autobus e guardando l’orologio si rese conto, di essersi trattenuto più del solito in ufficio. Osservava il mondo che passava sotto i suoi occhi e pensava ad Anna. La sua Anna. La persona che aveva condiviso con lui la vita. Era una donna particolare, piena di contraddizione, forte ma fragile, dolce ma decisa, altera ma appassionata. Era la sua donna. L’autobus era in ritardo, il vento si faceva più freddo e Leo si rannicchiò sotto la pensilina. Una pubblicità attirò il suo sguardo. Vinci una crociera. Che bello, come gli sarebbe piaciuto andare in crociera con Anna. Il mare azzurro, il cielo azzurro e l’azzurro degli occhi della sua donna. Quell’azzurro intenso, cangiante, che a volte s’adombrava, come quando sul mare passano le nuvole. Passò, invece, un autobus; non era il suo. Si ritrovò così a leggere il manifesto. Era un concorso, semplice, bastava scrivere una storia, una storia qualsiasi e si poteva vincere. Leo era bravo a scrivere, nonostante i suoi studi scientifici, lo era sempre stato. Da ragazzo spesso immaginava di diventare uno scrittore. Poi la sua vita aveva preso un corso diverso. Perché non provare? Si, ma quale storia? Ripensò alla loro vita insieme, ai problemi, alle difficoltà dei primi tempi, quando vivevano solo d’amore. Si perse nei ricordi, si aggiustò la sciarpa ed ammiccando pensò all’effetto strano che poteva fare sulla mente dell’uomo, un semplice cartello pubblicitario. Ad Anna piaceva il mare, lei diceva sempre di non poter vivere in una città lontana dal mare. Guarda caso si erano conosciuti in montagna. Ricordava bene quel giorno all’inizio degli anni settanta, tutti e due studenti del liceo in gita scolastica. Prepotentemente gli tornavano in mente i colori: sciarpa bianca, cappello bianco, naso rosso ciliegio e degli enormi occhi azzurro fiordaliso. Un contrasto incredibile. "ciao, ti piace la montagna". Il solito stupido approccio. "no, sai preferisco il mare, ma non volevo perdere l’occasione di andare in gita con gli amici". Fu così che cominciò la loro storia, una storia normale. Fatta di momenti belli, momenti brutti e tanta "santa normalità", come spesso diceva sua moglie. Ma anche di amore, tenerezza ed entusiasmo per la vita. La gioia per la nascita del loro bambino. Fantasticavano e mentre le accarezzava il pancione le diceva: "vedrai, verrà fuori una bimba, splendida come la mamma e con due meravigliosi occhi azzurri". A quei tempi non si faceva ancora l’ecografia. Ma di azzurro ci fu solo il fiocco, fuori dalla camera della clinica dove Anna aveva partorito un maschietto, con gli occhi scuri del papà. Per un attimo il filo dei ricordi si interruppe e tornando razionale pensò che una storia così normale, coi tempi che corrono, non sarebbe piaciuta a nessuno. Senza tradimenti, senza niente di losco o di proibito, non sarebbe stata accattivante. Sorrise tra sé e sé, in fondo a scriverla non perdeva niente e certe volte la fortuna è a portata di mano, basta crederci. Glielo diceva sempre Anna, accusandolo di essere un pessimista nato. Per una volta le avrebbe dimostrato il contrario. Le avrebbe fatto una bellissima sorpresa e chissà con un po’ di fortuna uno splendido regalo di compleanno. Ormai era buio, ma gli occhi di Leo si illuminarono. L’autobus era finalmente arrivato ed egli salì i gradini canticchiando: "poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è". Stavolta però l’isola l’avrebbero raggiunta insieme. Vide riflessa negli occhi azzurri di Anna la sagoma di una maestosa nave da crociera. E mentre l’autobus ripartiva, pensò di essere l’uomo più fortunato ed innamorato del mondo.
Già sapevo cos'era successo. C'ero anch'io, quando lo schianto aveva fermato l'auto in corsa e i miei padroni erano stati scaraventati sull'asfalto bollente. Racconto di Federica Leva
Avevo ricordi confusi ma terribili di quell'incidente, e mordendo la rete della mia cuccia guaivo alla casa silenziosa, sperando che i miei padroni aprissero una delle alte portefinestre affacciate sul giardino e mi lanciassero un osso per farmi tacere. Ma Patrick mi aveva detto che erano morti, che non sarebbero tornati mai più. Era sceso da me sul calar della sera, e mi aveva stretta come non faceva ormai da tempo - aveva sedici anni, secondo i calcoli degli uomini, e si vergognava ad abbracciarmi come quand'era bambino - ed aveva pianto, soffocando i singhiozzi nel folto del mio pelo. Aveva parlato a lungo, raccontandomi, credo, quel che era successo dopo che i carabinieri mi avevano allontanata dalla strada; ma fu il dolore che vibrava forte nella sua voce e nel suo odore, fu quello, più d'ogni parola, a darmi certezza di quel che era successo. Avrei voluto piangere, perché a mio modo comprendevo la morte, e sapevo che non avrei mai più rivisto i miei amici; ma repressi un mugolio desolato e mi obbligai a scodinzolare, fingendo allegria. Patrick era il compagno del mio cuore, e lo amavo più d'ogni altra cosa al mondo. Giurai a me stessa che gli sarei stata vicina, che mi sarei sforzata di rallegrare le sue giornate più cupe. Mi sarebbe costato tanto, ma avrei fatto qualsiasi cosa per lui. Per me era tutto. Non volevo che soffrisse.
Il mattino dei funerali non vidi nessuno; ai miei lamenti rispondevano soltanto il silenzio ostinato delle imposte chiuse e qualche rimbrotto dei vicini. Ma nel pomeriggio sentii dei passi sul retro della casa, e Patrick mi venne incontro, vestito in nero, pallido, gli occhi offuscati di lacrime.
"Vieni, Priscilla.", mi chiamò. Aprì il cancelletto, e senza mettermi il guinzaglio - com'era invece sua abitudine - mi portò fuori, sulla sterrata che costeggiava il bosco. Ci avviammo verso il lago. Scendevamo spesso a passeggiare laggiù, quando Patrick era stanco e desiderava rinfrescarsi nella quiete della campagna. Alle nostre spalle riecheggiarono alcuni rintocchi di campana. Dapprima non vi badai; ero abituata a sentirli ogni ora. Ma quel pomeriggio erano insolitamente lenti e tristi, e m'accorsi che Patrick affrettava il passo giù per il sentiero e aggrottava la fronte, come se quel suono lo infastidisse.
La nostra spiaggia preferita era deserta. Patrick si sedette nell'ombra di una quercia e mi lasciò libera di scorazzare dove volessi. Ne approfittai subito. Con un grande slancio mi tuffai nel lago e giocai con i pesci facendo un gran chiasso, nel tentativo di strappare al mio padroncino un'occhiata d'interesse o un sorriso. Ma Patrick non mi guardava neppure. Lo fissai per qualche istante, fradicia, le zampe nell'acqua; poi corsi sulla riva, mi scrollai, e andai ad accucciarmi ai suoi piedi. Ero avvilita, non sapevo come rasserenarlo, e per quanto anche dopo avessi saltato, corso, e mi fossi rotolata sul prato, non ebbi maggior fortuna.
Più tardi, sulla via del ritorno, passammo davanti ad un parco recintato che gli umani chiamano "cimitero". Era una grande cuccia infelice e puzzava di fiori marci, ma a suo modo era anche buffa. La sola volta che avevo accompagnato Patrick nel giardino più alto avevo visto in un sasso la faccia di un uomo che conoscevo - ancora adesso non sò spiegarmi come avesse fatto ad entrarci e perché avesse voluto farlo - e una donna aveva sparso una lacrima, guardandolo. Di lui, si diceva da tanto tempo che era morto, e Allora, pensai, quando qualcuno muore viene a vivere qui. Mah, io, anche dopo essere morta, preferirei restare nella mia cuccia all'ombra del glicine, con Patrick e i miei amici. Mi divertirei senz'altro di più che quassù.
Avvicinandomi al cimitero, quella sera, credetti che Patrick avesse voluto entrare per rivedere i suoi genitori, e tutta contenta gli trotterellai davanti e puntai verso il cancello socchiuso. Ma non appena sollevai la zampa per varcare la soglia, Patrick mi afferrò per il pelo umido e mi costrinse a svoltare in un sentierino alberato dall'altra parte della strada. "No", disse, e la voce gli tremava. "Là dentro, no. Mai!".
Non nascondo che mi stupii, ma pensai che forse i miei padroni non vivevano nel cimitero, e lo seguii docilmente. Ma nei giorni seguenti accompagnai la zia di Patrick a visitare i suoi parenti e v'assicuro che c'erano, perché li vidi con i miei stessi occhi. Anche loro, come gli altri, erano rimpiccioliti in una finestrella dorata, ma non nel sasso; erano vicino ad un vaso di fiori, fra le granelle bianche e grigie del ghiaietto, più giovani e belli di come li ricordassi, abbracciati e felici.
Non ebbi cuore di rimproverare Patrick per quel suo strano comportamento. Era sempre più triste e taciturno, e solitario. Talvolta imboccava la stradicciola del lago senza di me, e non si voltava quando lo richiamavo, abbaiando dalla mia cuccia. Detestava il silenzio della casa vuota, e non entrava quasi mai. A volte restava sulla veranda fino a notte inoltrata o scendeva al cancello e restava là a lungo, con la fronte appoggiata alle sbarre, come se aspettasse qualcuno. Mi straziava assistere impotente al suo tormento, a quell'ostinazione che lo faceva ancora sperare, e in quelle notti mi resi conto che era quella la ragione - e nessun'altra! - che lo spingeva a non entrare nel cimitero. Non voleva rivedere i genitori rinchiusi nei sassi perché non gli ricordassero che se ne erano andati per sempre. E io comprendevo e condividevo il suo dolore.
Ma in certe sere si sdraiava sul prato e mi guardava con lo stesso affetto che gli aveva illuminato gli occhi quando suo padre mi aveva messa fra le sue braccia per la prima volta, cinque anni prima, e poi parlava, parlava, parlava, e giurerei che rievocasse il passato, mi raccontava di quand'ero un cucciolotto e rideva di cose che non capivo. Ma quella serenità svaniva presto, e camminando sotto il porticato si fermava a contemplare l'arco di rose aggrappato al tetto e il pianoforte che s'intravvedeva fra i tendaggi aperti. Allora non lo sapevo, ma presto avremmo lasciato l'Italia per andare a vivere lontano, in un paese freddo, dove nevica spesso e c'è poco sole.
"Ma tu resterai con me, non ci separeremo mai, non noi due... ", mi sussurrava, accarezzandomi, con tocco un po' rude, quasi temesse che anch'io potessi andarmene all'improvviso lasciandolo irreparabilmente solo.
Una sera era più malinconico del solito. Era appoggiato al davanzale del terrazzo, e parlava, come di consueto. Io ascoltavo, sdraiata sul pavimento. In casa c'erano valige e casse sigillate, e sua zia aveva ricoperto i mobili con coperte e vecchie lenzuola. Solo il pianoforte era aperto. Patrick l'aveva suonato tutta la sera, come l'avevo sentito fare per tutti gli anni che ero stata con lui. Aveva smesso da poco, ed era venuto a cercare la mia compagnia. Come sempre, non comprendevo quasi nulla di quel che diceva: solo qualche nome, qualche allusione ormai nota. Mi raccontava dei suoi genitori, di eventi passati che non conoscevo o avevo del tutto scordato. A volte sorrideva, beandosi nei ricordi, ma più spesso stringeva i pugni e scuoteva la testa, come a scacciare un brutto pensiero. D'un tratto, la voce gli si spezzò, e si nascose il viso nelle mani. "Stiamo per andarcene, Priscilla...", singhiozzò. "E' tutto finito. Sono morti... Sono morti davvero!"
Quelle parole furono chiare; perlomeno, abbastanza perché le capissi. Mi alzai di scatto, e gli buttai le zampe al collo, felice che avesse accettato la verità. Ma lui pensò che volessi giocare e mi scostò, facendomi però cenno di seguirlo. Scendemmo sulla strada che conduceva al cimitero. Il custode stava per chiudere, ma ci lasciò entrare. "Il cane non potrebbe...", iniziò, ma aveva simpatia per Patrick, e con un gesto mi fece cenno di passare. "Ma fate presto. Sto per tornare a casa", ci esortò.
Il passo di Patrick era incerto, non sapeva dove fosse la nuova dimora dei suoi genitori, e io gli corsi davanti, scesi le scale che portavano al giardino più basso e mi fermai davanti alle finestrelle da cui i miei padroni, che senz'altro mi avevano sentita arrivare, mi sorridevano già. Patrick mi raggiunse poco dopo, e li guardò a lungo. Emozioni diverse gli solcarono il volto: pianto, disperazione, ribellione, rassegnazione... Poi, ormai insperato, sbocciò un piccolo, esitante sorriso.
Non disse nulla, lottando con le parole che non gli obbedivano - per la prima volta, da che lo conoscevo! - ma il suo tocco era lieve, quando mi accarezzò la testa. Sollevando lo sguardo, scoprii che il suo sorriso era per me. E quant'era luminoso, nonostante la sofferenza! Le labbra gli tremarono, stonò, ma non era più tempo di parole. I lunghi monologhi che aveva riversato nelle mie orecchie attente l'avevano aiutato a comprendere e ad accettare; ora il silenzio gli restituiva la pace e l'armonia, legandoci l'uno all'altra come mai eravamo stati, in passato.
Quel silenzio portava al suo cuore la voce del mio cuore.
E il dolce profumo che soffuse dalla pelle di Patrick, inebriandomi le narici, mi svelò che l'aveva sentita.
FINE

Mormorii di ruscelli, lieve palpitare di fronde e bisbigli misteriosi, rompono dolcemente il cupo silenzio della notte, illuminato dal tenue chiarore della luna. Passa il viandante stanco, ed il fuoco tremolante della lanterna che oscilla in armonia con il suo passo cadenzato,gli rischiara la via incerta e malsicura. Ha ancora il pensiero al suo lavoro, da poco lasciato là in quella oscura miniera dove il rintronare continuo dei colpi rochi e profondi, hanno accompagnato fino all´ultimo la sua dura fatica di minatore. Ritorna ora alla sua casa, dopo la giornata trascorsa lontano dal caro nido domestico, in cui certo cinque bocche ridenti hanno atteso invano il ritorno prima di sera. Ma procedendo lentamente, nella notte buia, egli s´avvicina sempre più alla massa scura della vecchia casa che si erge lassù sulla montagna, quasi folle chimera irraggiungibile. http://www.cercatoredisogni.it/Editoria/opere.asp?IdEd=7277 
E la mano nera e callosa del vecchio minatore stringe con più forza la piccola lanterna di vetro che oscillando lentamente nel vuoto spande il suo chiarore sul suo cammino, e riverbera nel suo spirito una vivida luce di speranza... Altrove, alla luce di una lampada, attenuata da un roseo velo, una pallida figura di donna è china sul lavoro. L´ago stretto tra le dita, bianche e delicate che passa e ripassa alacremente sulla tela, senza mai fermarsi. Accanto a lei un bimbo dorme. Nella culla avvolta da morbide coperte, quel piccolo essere sogna angeli del cielo che in schiera fulgente, glia canteranno una dolce ninna nanna raccolta, come una preghiera. Nel dolce sonno le labbra del piccolo, palpitano lievemente e si schiudono in un vago gemito sommesso; la mamma depone il lavoro e bacia le gote rosee della sua creatura che al solo contatto del volto della mamma, soave, s´acquieta tranquillo. E di nuovo ala lavoro, senza tregua, la giovane mamma non teme la stanchezza, e al pensiero della sua missione di sposa e madre risolleva il capo stanco, abbandonato in un momento fra le mani e riprende il lavoro. La dolce intimità che regna in quella stanza è profonda, le svelte mani della giovane donna cuciono abili e veloci e la lampada diffonde tra quelle pareti una luce calda e riposante...
lento sulla tremula distesa del mare naviga il veliero. Il fianco martellato dal frangersi dell´onda azzurrina gronda di spuma, e sotto i raggi della luna, prende riflessi d´argento. Il calmo dondolare del naviglio culla il sonno dei marinai raccolti sotto coperta mentre una triste canzone, sale sommessa nell´aria e si diffonde all´interno. Chi canta tra tanto silenzio? Il comandante, che stringe fra le mani la dura asta del timone, veglia su tutti attento ed esperto. Egli vuole nascondere in quel canto, il tormento del suo cuore, affranto, vuol dimenticare in esso il dolore e l´ansia che l´opprimono, forse desidererebbe inabissarsi in quella immensa distesa del mare per non più soffrire, per cadere finalmente nell´oblio. Sull´albero maestro oscilla lenta la lanterna sospinta dalla brezza.
Al suo debole chiarore, altre lontanissime se ne aggiungono: sono le stelle, ed in mezzo ad esse la luna che accompagna il peregrinare notturno del minatore e dei marinai.
Esse soltanto sono fedeli al vecchio pilota e al minatore, ed ad esse indirizzano il loro canto nostalgico. Il mare accompagna lentamente con la sua sinfonia dei suoi flutti, quella nenia dolorosa:dolce e calda sinfonia di una notte lunare...
(Infinitoamore)
Un amore meraviglioso http://www.cercatoredisogni.it/Editoria/opere.asp?IdEd=7259

Mi sono innamorata di lui sette mesi fa. Era il 28 marzo, e avevo appena lasciato il mio ragazzo, col quale però era durata molto poco. Ci eravamo messi assieme senza riflettere, avevamo affrettato troppo le cose, e ci eravamo presto accorti che non eravamo fatti l´uno per l´altra. Così ci eravamo lasciati promettendoci di restare amici. Però in quel periodo ero stata poco bene, mi sentivo molto malinconica, come ogni tanto succede nella vita; non essendo sicura di ciò che realmente provavo per il mio ragazzo, mi sentivo abbattuta, insicura, vuota... Fino a quel giorno. Mi trovavo a scuola, era pomeriggio e le lezioni erano appena terminate; ero stanca e triste, avevo avuto una lunga giornata e avevo appena chiuso col mio ragazzo.
Stavo accompagnando due mie amiche al parcheggio dei motorini, e non vedevo l´ora di arrivare a casa e buttarmi sul letto. Avevo voglia di piangere, di urlare, avevo voglia di liberarmi da quell´orribile sensazione e sorridere finalmente dopo settimane di lacrime versate senza saperne il motivo. Voglia di essere di nuovo felice! E non sapevo che, camminando silenziosa, assorta nei miei pensieri, qualche minuto dopo avrei incontrato il grande amore della mia vita... Infatti, quando siamo arrivate al parcheggio, ho visto lui... un ragazzo che frequenta un corso di teatro con me, ma che ancora non conoscevo bene. Avevo detto qualche volta che era carino e simpatico, ma non gli prestavo attenzione. Ma quel giorno, l´ho guardato per caso e ho sentito una strana sensazione dentro... non sapevo come mai, non avevo ancora capito di essermi innamorata di lui, ma ho rifatto un sorriso di quelli che non facevo da mesi!
Sono rimasta a fissarlo mentre chiacchierava con un amico, poi mentre accendeva il suo scooter... alla fine è partito, si è allontanato, si è perso nel traffico cittadino per poi scomparire dietro ad una curva. Se n´è andato lasciando dietro di sé la scia di un amore nuovo, fortissimo, che mai avevo provato prima. E quella sera, mi sono buttata sul letto a piangere, ma erano lacrime d´amore, di felicità! E non ho dormito tutta la notte...
Il giorno dopo era venerdì, e non l´ho visto fino al tardo pomeriggio, in cui abbiamo il corso di teatro... Solo che ancora non ero cosciente di aver trovato in lui l´amore della mia vita. Me ne sono accorta verso metà lezione, guardandolo recitare davanti a me... Ho percepito una strana forza, come una vibrazione, una scintilla che era scoppiata in me dando inizio al mio primo amore!
Un amore meraviglioso. Da quel giorno infatti, non sono più stata male. Addio alla malinconia, alla tristezza, ai problemi... solo tanta, tanta felicità solo sapendo che il mio amore esiste! Dal primo sguardo ho capito che si trattava di qualcosa di profondo, e poi ho cominciato ad avvicinarmi a lui, a vivere emozioni fortissime, e ho capito di aver trovato il mio Amore. Oggi sono passati sette mesi da quel giorno, e ricordo perfettamente ogni mio respiro da allora. Perché non passa un attimo in cui io non senta l´amore profondo che c´è in me... un amore che mi dà la forza di andare avanti, un amore che tutti invidiano, che tutti vorrebbero. Anche se non siamo assieme, per ora, è così bello essere innamorata di lui! Il mio scopo non è certo diventare la sua ragazza, per me è cosi importante che lui esista, che lui sia felice... e in questi mesi, con tutte le cose successe, anche banali, mi accorgo che lo amo perdutamente e che amarlo è stato facile, dimenticarlo sarà impossibile... È una sofferenza non vederlo anche solo per un attimo perché un attimo senza lui vale come un´eternità... Com´è bello anche solo un suo sguardo, un suo sorriso, una sua parola... la sua esistenza su questa terra!!!
Io lo amo tanto, troppo, ma chi non ama troppo non ama abbastanza!! Lui ha dato un senso alla mia vita, da quel giorno, per quanto ardue siano le difficoltà, io ho la forza di affrontarle. E lui avrà sempre un posto nel mio cuore innamorato, perché è una persona speciale. Una persona da non perdere!
(Lena)
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